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I Tartufi, Venere e la chimica

   di Paolo Braconi

I Romani conoscevano questi straordinari prodotti della natura, che chiamarono tuberi, e si ritiene che proprio da terrae tuber (rigonfiamento di terra) derivi l' italiano "tartufo", che ha poi generato il francese truffe e l'inglese truffle.

Conosciuti da tempi remotissimi, i tartufi hanno sempre sollecitato la curiosità scientifica  circa la loro classificazione. Plinio il Naturalista li pone tra le stranezze del mondo vegetale perché sono in grado di vivere senza alcuna radice e  ammette che "non si capisce facilmente se siano organismi viventi o no". Per tale misteriosa natura, oltre che per l'aroma e il sapore, i tartufi hanno affascinato nei secoli i palati di generazioni di buongustai; certo non di tutti, dato l'alto prezzo che hanno sempre avuto in virtù della loro rarità.

Una delle proprietà assegnate al tartufo è notoriamente quella afrodisiaca, spiegata psicologicamente  proprio  in virtù della rarità e del prezzo: insieme a ostriche, champagne, caviale e altri cibi rari e costosi, il tartufo dimostra la ricchezza del partner che ne dispone e favorisce la propensione all'accoppiamento con un individuo che dà prova di avere i mezzi per riprodursi.

Eppure in tempi recenti si è dimostrato che il tartufo contiene molecole di una particolare sostanza in grado di condizionare il comportamento sessuale dei maiali; banalizzando si può dire che contiene un "profumo di maschio" e questo sarebbe il motivo per cui tradizionalmente l'animale usato per la ricerca sono le scrofe. Analogo meccanismo avverrebbe nei cani, altro animale da cerca. Ma la cosa più intrigante è la scoperta che una sostanza molto simile appartiene all'armamentario erotico della specie umana e può condizionarne il comportamento sessuale.

Pare dunque scientificamente dimostrato il motivo per cui da secoli vengono riconosciute virtù "erotiche" al tartufo, come ad esempio testimonia Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, nel De honesta voluptate et valetudine (1474). Dopo avere riportato brani tratti da Plinio Naturalista, il Platina aggiunge che il tartufo incita ai piaceri di Venere, cosa lodevole se volta alla procreazione, riprovevole se destinata alla pura libidine.

Un secolo dopo, troviamo un tentativo di spiegare questa azione "venerea" del tartufo nella risposta ad una domanda che si pone il medico di Bevagna Alfonso Ciccarelli nella sua antesignana monografia dedicata al prezioso alimento, l' Opusculun de tuberibus (Padova 1575). Scrive Ciccarelli: "Perché i tartufi incitano all'accoppiamento? .... sembrano anche incitare all'accoppiamento non per opportunità ma per la ventosità e a causa della materia dello sperma che si genera dalla natura grassa dei tartufi..."

Sembra dunque che quasi mezzo millennio prima delle scoperte della biochimica moderna si fosse compreso il nesso tra procreazione e tartufi e spiegato il mistero del loro rinomato effetto afrodisiaco.

 

 

 

 

 

   

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Aggiornato il: 15 luglio 2017