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Galline, galli, capi

   di Paolo Braconi

 

“La gallina da cortile è quella che si vede generalmente in quasi tutte le fattorie; la gallina selvatica, molto simile a quella da cortile, è oggetto di caccia da parte degli uccellatori….l’africana, che quasi tutti chiamano numidica (la nostra faraona nda).. porta i bargigli e la cresta rossi…

Di queste tre razze, si chiamano propriamente galline (gallinae) solo le femmine di quelle da cortile; i maschi poi si dicono galli (galli) e i mezzimaschi capponi (capi): questo è il nome che si dà ad essi quando si sono castrati per abolirne la libidine”.

Così si esprime Columella nel suo celebre trattato di agricoltura (VIII,2) all’inizio di un lungo excursus sull’allevamento del pollame. Notiamo subito che manca la parola “pollo”, che in latino si diceva pullus e che, almeno in origine, si riferiva ad ogni genere di animale non ancora sessualmente definibile e che solo in seguito passò a designare i giovani gallinacei.

L’importanza dell’allevamento del pollame nell’economia e nell’alimentazione antiche varia a seconda della regione e dell’epoca. In Grecia, ad esempio, in epoca remota i gallinacei erano utilizzati piuttosto per l’aspetto ludico, per i combattimenti tra galli, selezionando esemplari aggressivi e di grossa taglia. Tanto è vero che lo stesso Columella, che scrive verso la fine I secolo d.C., qualche riga dopo  quelle sopra riportate ammette:

“A me invece piace soprattutto la nostra razza indigena; naturalmente bisogna lasciare da parte la mania dei Greci che educavano alle gare e alle battaglie tutti i galli più feroci. Io infatti ho di mira di procurare il vantaggio di un industrioso padre di famiglia, non già del padrone di un circo di galli battaglieri, a cui capita bene spesso che un gallo vittorioso, uccidendo il suo, gli porti via tutto il patrimonio ch egli aveva rischiato nel duello”.

Questo accenno alle scommesse nei combattimenti tra galli ci informa di un impiego ancor'oggi praticato del comune animale, che peraltro conobbe in antico anche un altro uso non alimentare. Pensiamo ad esempio ai pulli sacri (polli sacri), galletti o pollastrelle a servizio “dello stato” diremmo oggi. Si trattava di animali appositamente allevati per consigliare magistrati e comandanti nell’assumere decisioni di grande rilievo. Con l’assistenza di personale specializzato (i pullarii), incaricato di somministrare cibo ai volatili e osservarne e riferirne l’assunzione, era possibile assegnare ai polli sacri il delicato ruolo di comunicare l’assenso divino a determinate attività umane.

Passò così alla storia il generale Publio Claudio che, smanioso di attaccare battaglia contro i Cartaginesi e ostacolato in ciò dal comportamento dei suoi polli sacri che si rifiutavano di mangiare (segno negativo), li fece gettare in mare dicendo: “Non vogliono mangiare? Che bevano!” Andò così all’assalto e venne sconfitto nella battaglia di Trapani  (249 a.C.). Con grande soddisfazione, ci piace pensare, dei poveri e inascoltati  pulli ingiustamente annegati.

 

 

 

   

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Aggiornato il: 15 luglio 2017