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EXPO(ST) 2015.   Tra Natura e Cultura



   di Paolo Braconi


Lo sfruttamento di piante e animali da parte dell’uomo è stato per la cultura classica e per quella cristiana un fatto scontato, frutto della volontà della Natura stessa o di Dio.
Nessuno, salvo rare eccezioni, ha mai dubitato del diritto dell’uomo di utilizzare e piegare a proprio piacimento le risorse naturali, disboscando, bonificando, dissodando, arando, scavando canali, pozzi e miniere ecc.  Al massimo si doveva avere rispetto di quei luoghi che si pensava appartenessero a particolari forze sovrannaturali ma, anche in questo caso, i romani, ad esempio, avevano escogitato la pratica della
liberatio
(liberazione) per invitare ritualmente le divinità ospiti dei luoghi da occupare a traslocare altrove.
Qualche voce isolata si è levata di tanto in tanto per criticare questa continua violenza fatta alla Madre Terra, ma in generale è prevalso l’orgoglio di appartenere alla specie vivente legittimata a spadroneggiare sulle risorse naturali, a creare con le proprie mani – per dirla con Cicerone - “quasi una seconda natura nella natura”.
Oggi sappiamo benissimo che quell’atteggiamento baldanzoso è fuori  luogo e che una sconfinata fiducia nella capacità rigeneratrice della Natura deve fare i conti con l’aumento vertiginoso della popolazione e dunque con la crescita esponenziale di fabbisogno energetico, prima di tutto del fabbisogno energetico che la vita richiede, cioè il cibo.
Sappiamo anche che ogni volta che l’ecologia ha incontrato l’economia il risultato è sempre stato a favore della dieta vegetale a scapito di quelle animale.
Fernand Braudel calcolò che un ettaro a cereali, con i sistemi preindustriali, produceva 1.000.000di Kcal/anno, mentre lo stesso ettaro usato per allevamento ne produceva solo 340.000. È dunque storicamente assodato che più aumenta la popolazione, meno conveniente risulta il ricorso all’ alimentazione a base di carne.
In effetti anche oggi una strisciante crociata anti-carnivora sembra montare in molti ambiti, animata da presupposti ecologici, economici, ideologici, religiosi ecc.  Lo scarso peso dell’alimentazione carnea a Expo2015 va proprio in questa direzione, basti vedere le tematiche dei “Clusters”: riso, cacao e cioccolato, caffè, spezie, cereali e tuberi, bio-mediterraneo, zone aride.
L’antico dominio dell’uomo sugli animali è ormai cessato?
Sappiamo benissimo che quel mondo lontano che ci ha generato culturalmente faceva del pasto carneo un elemento ineludibile della propria identità culturale.
La nostra “civiltà” mediterranea ha ristretto l’uso alimentare della carne, facendone un cibo eccezionale, raro, costoso, di lusso o della festa.
E tuttavia un cibo sempre ambito, molto più ambito di quanto effettivamente accessibile. Eppure oggi, la biologia molecolare e lo studio del DNA dei nostri molto più lontani antenati ci ha dimostrato che il pasto carneo ha fatto parte della nostra identità di specie, homo sapiens, molto prima di avere fatto parte della nostra identità di popoli, più o meno primitivi.
La storia della nostra evoluzione genetica, quella che ci ha separato dai nostri cugini scimmieschi, passa per milioni di anni di dieta a prevalente uso di carni (grassi compresi). Si può discutere se si trattasse di carne di terra o di mare, di volatili o di insetti, ma pare sicuro che la nostra specie si è differenziata grazie ad una dieta prevalentemente proteica.
La successiva propensione verso una dieta onnivora e poi prevalentemente frugivora, sarebbe la risposta della specie alla insufficienza o difficoltà di reperimento di pasti proteici, legata all’aumento della popolazione, alla scoperta dell’agricoltura, alla sedentarizzazione, insomma alla “civiltà”.
E questo mutamento di dieta, in termini di evoluzione della specie, sarebbe troppo recente per un adattamento senza problemi. Insomma non saremmo ancora pronti, in poco più di 10.000 anni dall’invenzione dell’agricoltura, a passare da una dieta a forte componente carnivora ad una a prevalente base vegetale.
Banalizzando: siamo ancora più esposti, per provenienza genetica, ad essere allergici al frumento che ad una bistecca.
Questo potrà non piacerci, potrà forse preoccuparci se non spaventarci, ma dobbiamo esserne consapevoli, per sapere in quale direzione puntare le ricerche per la grande sfida che ci aspetta per nutrire il pianeta, una sfida tra natura e cultura, come sempre nella storia dell’uomo.

 

 

 

   

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Aggiornato il: 15 luglio 2017