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Dicembre, il tempo giusto per nascere

   di Paolo Braconi

Nell'immaginario collettivo, il Natale è la celebrazione della nascita di Gesù, festeggiata nell'intimità della famiglia. Si tratta di una delle due grandi festività dell'Occidente cristiano (l'altra è la Pasqua), oggi, almeno commercialmente, estesa anche a mondi e culture che cristiani non sono. Infatti diversi elementi simbolici che varie tradizioni ci hanno tramandato nei secoli, dall'albero a Babbo Natale, ai regali, sono ormai icone commerciali svuotate del loro significato originario. La base religiosa della festa, la venuta di Dio tra gli uomini, sembra scomparire in favore della condivisione su scala mondiale di modelli di consumo che, proprio per globalizzarsi, devono attenuare o rinunciare alle loro origini fortemente identitarie. Sempre meno si pensa al Natale come liturgia sacra (le messe, la novena ecc.) e sempre più si celebra una liturgia profana (il cenone, il pranzo, i regali...), dagli importanti risvolti economici.

Per cercare, almeno in parte,  di capire il significato originario di ciò che facciamo, dobbiamo fare un salto indietro di oltre due millenni, ben oltre la nascita di Cristo.

Poiché il giorno e il mese della nascita non sono indicati nei Vangeli, l'individuazione del 25 dicembre ha  ragioni esterne alle sacre scritture. Sembra assai probabile che questa data venne scelta dalle prime comunità cristiane per soppiantare il diffuso culto del Sole, che nella  Roma imperiale, proprio il 25 dicembre, aveva uno dei suoi giorni di festa. Era il dies natalis Solis Invicti (il Natale del sole Invincibile), che sottolineava l'apparente morte e rinascita dell'astro maggiore, proprio in questo momento dell'anno, al solstizio invernale. Si è visto inoltre che un culto del sole esisteva a Roma fin dalle sue origini (VIII secolo a.C.) e, proprio nella seconda metà  di dicembre, si concentravano nel calendario più antico, quello tradizionalmente attribuito a Romolo, feste di chiara ispirazione solare, di un sole nascente. C'è di più: il dio sole era immaginato come un uomo e dunque, poiché nasceva (o meglio rinasceva) a dicembre, era stato concepito  dieci mesi (esattamente 40 settimane) prima,  cioè a marzo; da questo concepimento iniziava la misura del tempo ciclico. L'anno era dunque di dieci mesi, da marzo a dicembre, come ricordano ancora oggi i nomi dei mesi numerali, computati appunto a partire da marzo (settembre, ottobre, novembre e dicembre).  Il dio sole, così umanizzato, era il modello della regalità, così che anche il primo re, Romolo, si immaginava concepito a marzo e nato in dicembre.

Fu dunque su questa peculiare immagine del mondo, che scandiva il ciclo del sole con la misura più naturale, quella delle lunazioni (i mesi) che intercorrono tra concepimento e nascita dell'uomo-re, che i la tradizione cristiana ha innestato la celebrazione della nascita di Cristo, nuovo Re e Sole dell'umanità.

I giorni precedenti il solstizio di dicembre erano segnati nel calendario romano da un'altra grande festa, quella in onore di Saturno, i Saturnali, in cui l'imminente fine dell'anno veniva salutata con manifestazioni di gioia, di esultanza, spesso sfrenata, insomma in un clima di vera baldoria, che ricorda le nostre intemperanze di capodanno. Natale del sole  e fine dell'anno erano perciò celebrati nello stesso spazio temporale, a conferma della circolarità del tempo, l'anno, che inizia là dove finisce. Come nel nostro Natale, i Saturnali erano anche occasione per scambiarsi regali, chiamati strenae (da cui le nostre stenne)  e partecipare a solenni banchetti festivi. Anche giocare a dadi, sfidare la sorte col gioco d'azzardo, proibito nel tempo normale, era lecito durante questo periodo di festa dalle regole sovvertite; i  padroni servivano gli schiavi, i tribunali erano chiusi,  in un artificiale disordine  ritualmente creato per poter rigenerare il nuovo ordine, quello dell'anno che doveva ricominciare.

Da questi brevi cenni si può facilmente constatare che alcune usanze nelle nostre feste natalizie   hanno origini remotissime, fondate su  un sentimento religioso che ha assegnato a dicembre il ruolo di mese adatto alla ricorrente nascita del sole, del re, dell'uomo, del Dio uomo.  E quando sulle nostre mense natalizie compare il capitone, o una sua versioni dolce come il torciglione di Perugia, riflettiamo che stiamo mangiando il serpente che si morde la coda (ouroboros), simbolo antichissimo e precristiano della circolarità e della ripetitività del tempo, che a dicembre perennemente inizia e finisce. Un'idea del tempo che il cristianesimo ha rivoluzionato, inventando un tempo lineare che va dalla Creazione al Giudizio Universale, ma non ha rimosso dal menù dei nostri ancestrali cibi della Grande Festa.

 

 

 

 

 

   

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Aggiornato il: 15 luglio 2017