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Boleti, amanite....

   di Paolo Braconi

  Nerone e il paradiso perduto

"Tra le piante che è rischioso mangiare, mi sembra giusto mettere anche i boleti: essi costituiscono innegabilmente un alimento squisito, ma li ha posti sotto accusa un fatto enorme nella sua esemplarità: l'avvelenamento, compiuto per loro tramite, dell'imperatore Tiberio Claudio da parte della moglie Agrippina, che con tale atto diede al mondo, e innanzitutto a se stessa, un altro veleno, il proprio figlio Nerone".

Così Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (22,92) sintetizza il suo pensiero sulla bontà e la pericolosità dei funghi,  ad essere precisi, di quel genere di funghi che chiama boleti.

Oggi, chiunque sia un poco esperto o semplicemente curioso di funghi mangerecci, sa che col termine boletus, si definiscono quelli che volgarmente chiamiamo porcini (Boletus edulisecc), che infatti i Romani chiamavano suilli (diminutivo di sus, maiale), usando la stessa metafora animale. Del resto sappiamo che difficilmente Agrippina avrebbe potuto uccidere Nerone con dei porcini "malefici" (come il Boletus Satanas), tossici ma non mortali, specie dopo la bollitura che era usuale nella preparzione dei funghi in quel tempo. E allora? A cosa si riferisce Plinio parlando di boleti? Quale fu la causa della morte di Claudio e della conseguente ascesa al potere del famigerato Nerone?

In realtà fra Greci e Romani, e poi ancora per secoli fino alla classificazione botanica moderna, con boleti si indicavano soprattutto quei funghi che oggi conosciamo col nome di Amanite, tra le quali figurano due noti, per così dire, estremi opposti: quella caesarea, l'ovolo buono e quella phalloides, mortalmente velenosa. E sarà stata forse proprio quest'ultima che Agrippina utilizzò per il suo delitto.

Se la diffidenza di Plinio per i "boleti" è dunque giustificata da questa constatazione, sappiamo tuttavia che la passione per i funghi  solleticava il palato di molti ghiottoni, prima e dopo Nerone. Il celebre cuoco-scrittore Apicio, ad esempio ne tramanda diverse ricette nel suo De re coquinaria.

Ma oltre a quello alimentare, i funghi prevedono altri usi, in medicina e non solo. Sempre Plinio, ad esempio, ricorda le proprietà terapeutiche dei porcini (suilli), che venivano importati, essiccati appesi in filze, dalla lontana Bitinia (nell'odierna Turchia). Si pensava che servissero, tra l'altro, a ridurre verruche e lentiggini.

Certi funghi venivano persino usati, fin dalle epoche più remote, come esca per accendere il fuoco; ce lo ricorda anche l'equipaggiamento di Oetzi, l'uomo mummificato trovato nel ghiacciaio del Similaun, vissuto circa 5.000 anni fa.

Ma l'uso più "stupefacente" di certi funghi, anch'esso noto all'uomo fin dalle epoche più remote e a svariate latitudini, è senz'altro quello legato alla loro capacità allucinogena. L'Amanita muscaria, dal caratteristico cappello rosso puntinato di bianco, è il più noto rappresentante di questi funghi che alterano lo stato di coscienza e che vengono anche definiti "enteogeni", cioè che rendono "divinamente ispirati" chi li assume. Un certo filone di studi porrebbe in relazione proprio le sostanze allucinogene prodotte da questi funghi con l'elemento vegetale che, secondo la Bibbia, avrebbe dato la "conoscenza del bene e del male". Detto in altri termini, Adamo ed Eva dovevano star lontani da un fungo enteogeno, non da un melo. Una delle prove di questa teoria sarebbe un curioso affresco nella cappella medievale (XII secolo) di Plaincourault (Indre, Francia) con scena della tentazione: Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre stanno ai lati dell'albero della conoscenza del bene e del male, con tanto di serpente. Stranamente l'albero  ha la foggia di un grande fungo con cappello rosso puntinato di bianco, dal gambo del quale si diramano quattro rami simili al tronco centrale. Gli storici dell'arte sostengono che si tratta di una maldestra raffigurazione di un albero  del Paradiso, derivata dalla stilizzazione di un pino italico, ma per alcuni studiosi di discipline esoteriche e di etnomicologia non c'è dubbio: il pittore ha raffigurato una gigantesca Amanita muscaria, come a certificare la presenza (e il ruolo) di un fungo enteogeno già nella prima pagina della storia dell'umanità.

 

 

 

 

   

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Aggiornato il: 15 luglio 2017